Profughi d'Acqua di Beppe Sabatino Rocca Rov. di Senigallia-prorogata fino al 10.1.27

Visto il grande interesse da parte del pubblico, la direzione ha deciso di prorogare la mostra fino al 10 gennaio 2027
Il 25 giugno si è inaugurata, alla Rocca Roveresca di Senigallia, la mostra personale di Beppe Sabatino, artista e docente presso l'Accademia di Belle arti di Urbino. La Mostra è curata da Federica Facchini e Silvia Scarpacci.
In collaborazione con Palazzo Ducale di Urbino - Direzione Regionale Musei Nazionali Marche - e la Rocca Roveresca di Senigallia.
La mostra, inizialmente prevista fino al 5 novembre 2026, sarà visitabile fino al 𝟭𝟬 𝗴𝗲𝗻𝗻𝗮𝗶𝗼 𝟮𝟬𝟮𝟳.
Nelle sale espositive della Rocca Roveresca è allestita un'esposizione di opere che si sviluppano in continuità, trasformando e inglobando lo spazio. In installazione un'unica grande opera che va letta nel suo insieme.
Sabatino infatti rifiuta l'idea di apporre le didascalie, affermando che «non è un singolo quadro a fare l'artista, ma è un insieme di opere che si sviluppano nel tempo e nello spazio a fare il vero artista».
Beppe Sabatino (Petralia Sottana, 1961), che vive tra Fano e Milano e insegna all'Accademia di Belle Arti di Urbino, sviluppa dagli anni Ottanta una ricerca artistica incentrata sulle questioni sociali e ambientali. La sua attività espositiva, articolata tra Italia e contesti internazionali, ha trovato espressione in numerosi progetti dedicati alla salvaguardia dell'ecosistema marino, facendo dell'arte uno strumento di riflessione civile.
Da sempre egli lavora attorno ad una grande tematica: l'inquinamento del mare.
Per questo i suoi pesci, protagonisti delle opere, sono profughi. Vivono cioè in una condizione nomade e disperata, alla ricerca di acqua pulita.

Sin dall'antichità, il pesce è un simbolo ancestrale, un rimando agli abissi del subconscio, a quelle profondità in cui nuotano forze primordiali.
Le acque marine, il luogo in cui si genera la vita, qui divengono la prigione e l'esilio di questi pesci che come profughi tentano disperatamente di uscirne, di migrare verso una nuova condizione (una tematica tra l'altro fortemente attuale, se pensiamo ai flussi migratori che sta vivendo oggi l'Europa).
Tuttavia, come anime condannate a vivere in un limbo, non hanno scelta: a loro non è dato avere un'altra possibilità, se non quella di continuare a vivere nelle acque inquinate oppure uscire e perire per l'impossibilità di respirare.
In tutto questo come si pone la figura dell'artista?
Lo si potrebbe immaginare come una figura guida, una presenza che vuole lanciare un messaggio. "L'arte serve a comunicare" ha detto Sabatino. Ogni opera non è mai fine a sé stessa. È piuttosto un mezzo di comunicazione, un linguaggio che colpisce l'osservatore. L'arte serve a destabilizzare e a mettere in discussione le nostre convinzioni.
Forse da qui la scelta in questa mostra di ricorrere a dei toni chiari, colori bianchi e neutri in cui appaiono qua e là pesci dorati. Una caratteristica ben differente rispetto alle opere precedenti, che erano caratterizzate da colori scuri atti a richiamare il catrame e il petrolio.

Non solo. Queste sostanze inquinanti rappresentano gli stati più oscuri e densi della materia, le forze del caos e della distruzione che sono inevitabilmente le prime a manifestarsi all'inizio dell'opera.
Ora invece l'artista sembra voler alludere ad una possibile salvezza. Una fase al bianco. Una possibilità di redenzione e di purificazione. Anche se sono ancora presenti in alcuni lavori tracce di colori scuri, quali il nero e il rosso bruciato.
E a proposito di bruciature abbiamo qui una novità: non più un utilizzo della pittura in senso tradizionale ma un segno che imprime la materia. Non troviamo più solamente delle scritte ma segni di un linguaggio arcaico e primitivo che per certi aspetti rimanda alla scrittura cuneiforme.
Le opere sono costituite da pannelli di polistirene sulla cui superficie vengono fatte delle incisioni - linee, sagome, e segni - probabilmente con dei ferri riscaldati. Una sorta di pirografia capace di scavare nella materia.
