Il Teatro-Confessione di Leonardo Lidi tra Scena e Schermo

Quando il teatro e il cinema si interfacciano a tal punto da non avere quasi confini. Potremmo spiegarlo attraverso la figura di Leonardo Lidi. nato a Piacenza nel 1988, attore e regista che si sta imponendo come una delle sorprese più poliedriche nel nostro panorama spettacolare.
Lidi è capace di muoversi con disinvoltura e potenza espressiva sia come regista sia come attore. Regista di riferimento del Teatro Stabile di Torino, vanta esperienze attoriali, calcando i palcoscenici in alcuni spettacoli diretti da Antonio Latella e Valter Malosti, Ma in generale non è mai stato all'interno di un percorso continuativo con nessun regista. Ora da 6/7 anni non recita più in teatro, volontariamente per dedicarsi completamente alla regia.
C'è un filo rosso, intimo e spietato, che unisce la recitazione di Lidi nel film 'Serpenti", con la regia di Roberto De Paolis, e la sua direzione dello spettacolo "Edeyen", su testo e drammaturgia di Letizia Russo, in programma al Romaeuropa Festival (inserito nel progetto collettivo HEIMAT – Patria/Straniero): la confessione come atto politico e poetico.
Per chi ha avuto il privilegio, come me in qualità di Direttore di Dipartimento della Scuola di Scenografia dell'Accademia di Belle Arti di Urbino, di assistere alla genesi e alla prova generale del suo spettacolo teatrale e, parallelamente, di scoprirlo come attore protagonista sullo schermo, l'impatto è dirompente. Lidi si rivela una figura capace di scardinare la quarta parete non per un mero gioco intellettuale, ma per un'urgente e assoluta necessità di verità.
Lidi possiede una spiccata e magnetica caratteristica nel parlare al pubblico. La sua è una modalità da vera e propria "confessione": il modo di chi si rivolge alla platea o all'obiettivo dicendo esattamente ciò che pensa e ciò che ha fatto, senza filtri o maschere protettive.
Questa urgenza non si limita alla sua performance attoriale nel lungometraggio di De Paolis, ma diventa la vera e propria cifra stilistica della sua direzione teatrale nel suo spettacolo in programma al Romaeuropa Festival. Questa attitudine si riverbera interamente sulla compagnia: gli attori dell Accademia Silvio d Amico, guidati dalla sua mano, si "confessano" tutti sul palcoscenico. Che ha un dispositivo scenico che si trasforma in uno spazio rituale, ( qui non dico più nulla e aggiungerò la parte della recensione dopo la prima NdR) con solo un oggetto emblematico, spogliamento emotivo, dove la parola non è più finzione, ma testimonianza diretta vissuta davanti agli occhi dello spettatore.
Questa intuizione poetica trova il suo perfetto riscontro fisico e visivo nell'architettura scenica ideata per l'intero progetto dei 5 registi al REF, realizzato dalle allieve e dagli allievi della Scuola di Scenografia dell'Accademia di Belle Arti di Urbino, sotto il coordinamento e la supervisione del prof. Giuseppe Stellato.
