L'EPICO MARCO CAVALLO: OLTRE LA VOLONTÀ NEGATA

Giuseppe Esposto, da presentatore comico a interprete della Controvolontà, racconta la storia di Marco Cavallo e le voci degli internati dell'ex manicomio di Pesaro, attraverso il teatro, l'improvvisazione e la partecipazione del pubblico.
Sabato 10 ottobre, a Cagli, la Giornata Mondiale della Salute Mentale si è articolata in due importanti momenti di partecipazione e condivisione: un corteo svoltosi al mattino nel centro cittadino e una performance con flash mob nel pomeriggio, a partire dalle ore 15, negli spazi della Comunità Acquaviva.
Lo spettacolo è stato realizzato con il contributo della Cooperativa Utopia, della Comunità Acquaviva, del Museo alle Stufe, legato all'ex manicomio di Pesaro, e dell'associazione Quatermass-X.
Al centro della rappresentazione, la storia di Marco Cavallo e le voci degli internati dell'ex manicomio di Pesaro, che prendono corpo attraverso l'interpretazione dell'attore Giuseppe Esposto in una narrazione che intreccia ironia e malinconia per restituire una vicenda in cui un cavallo diventa simbolo di una battaglia per la libertà.
La performance si sviluppa con una struttura aperta, propria del flash mob, sul testo scritto dal professor Roberto Vecchiarelli e rielaborato dall'attore attraverso una consistente componente di improvvisazione, che riesce a dilatare i tempi e a costruire una narrazione efficace dall'inizio alla fine.
Di forte impatto scenico è la riproduzione del Marco Cavallo, realizzata dagli studenti della Scuola di Scultura dell'Accademia di Belle Arti di Urbino, grazie all'autorizzazione del dott. Peppe Dell'Acqua, del Forum Salute Mentale di Trieste, co-creatore e «custode» di Marco Cavallo.
La scultura, di notevoli dimensioni, rievoca la vicenda dell'ospedale psichiatrico di Trieste, diventando nel tempo simbolo collettivo della lotta per la liberazione delle persone internate e la chiusura dei manicomi. Realizzato nel 1973 all'interno dell'ospedale psichiatrico di San Giovanni, sotto la direzione di Franco Basaglia, il cavallo azzurro nacque da un laboratorio artistico collettivo che coinvolse artisti, operatori e pazienti. A questa esperienza contribuì Giuliano Scabia, drammaturgo e poeta che, attraverso il teatro partecipativo e la sua ricerca sul Teatro vagante, portava il teatro fuori dagli spazi tradizionali, coinvolgendo le persone nella creazione collettiva. Il suo nome richiama un vero cavallo che lavorava nella struttura e che i ricoverati riuscirono a salvare dalla macellazione. Il 25 febbraio 1973, Marco Cavallo uscì per la prima volta dal manicomio in un corteo simbolico, diventando emblema della lotta per la libertà e della trasformazione della psichiatria, che avrebbe portato alla Legge Basaglia del 1978.
Il suo colore azzurro dialoga armoniosamente con il paesaggio circostante, creando un gioco cromatico quasi pittorico, con una nota surreale.
L'attore entra in scena nelle vesti di un presentatore sopra le righe, volutamente folle, che accoglie gli spettatori con un linguaggio paradossale: «Signore e signori, benvenuti. Vi chiedo un po' di silenzio, non vi chiedo silenzio, silenziatevi, silenziate i vostri silenziatori».
Le parole si rincorrono, si contraddicono e si deformano, introducendo fin da subito il tema della follia, tra giochi linguistici e momenti di ironia che attraversano l'intero racconto, specie quando l'attore prende in mano una penna e un cabaret - altra improvvisazione ben giocata - chiede al pubblico di aiutarlo a comporre una lettera di protesta indirizzata all'amministrazione, per impedire che il cavallo finisca al macello. O, come suggerisce ironicamente il pubblico, per evitare di ritrovarselo nel piatto, servito come «bistecca e insalata». La vena comica scatta già dall'incipit della lettera: al «Caro amministratore» qualcuno obietta che, in fondo, tanto caro non è, e così il saluto si trasforma subito in un più eloquente «Poco caro amministratore».
Una volta completata la scrittura della lettera, l'attore invita gli spettatori ad apporre la propria firma e a farsi avanti per giocare a ricreare insieme il momento in cui gli internati spinsero il cavallo contro le mura del manicomio, nel tentativo di aprire un varco verso l'esterno. Un gesto collettivo che diventa il simbolo della forza di chi lotta per riconquistare la propria libertà.
È nel finale, tuttavia, che l'azione cambia radicalmente tono e raggiunge il suo momento più intenso. Esposto apre lo sportellino nel ventre del Marco Cavallo, estrae un biglietto e dà voce alle storie degli internati dell'ex manicomio di Pesaro. Il riferimento è alla Controvolontà, tema di un progetto realizzato negli anni precedenti in collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Urbino, che richiama la condizione di chi si trova impossibilitato a parlare, a muovere il proprio corpo o ad agire secondo la propria volontà.
Il cambiamento è netto: la voce si fa più raccolta, i movimenti, prima ampi ed esuberanti, diventano lenti, trattenuti, quasi sofferenti. Il corpo dell'attore diventa il luogo in cui si manifesta il conflitto tra il desiderio di agire e l'impossibilità di farlo liberamente. È un momento empatico e commovente, nel quale la comicità iniziale lascia spazio a un ascolto più intimo e profondo.
Proprio qui Marco Cavallo acquista il suo significato più potente. Non è più soltanto il protagonista di una vicenda storica, ma diventa il simbolo della libertà che si oppone alla costrizione, della volontà che cerca di superare la propria negazione. L'immagine classica del cavallo di Troia viene qui rovesciata: non un cavallo che entra in una città per distruggerla, ma una presenza che porta un barlume di speranza all'interno di un luogo in cui la volontà individuale è stata negata.
Un finale fortemente poetico che restituisce il senso profondo dell'intera performance: Marco Cavallo non è soltanto una scultura da ricordare, ma il simbolo di una volontà che abbatte ogni barriera, di una voce che rompe il silenzio e di una libertà che continua a chiedere spazio.
