Martelli e Fo riscrivono Francesco

22.08.2026

Cinquanta personaggi in un solo interprete. È Matthias Martelli a dare voce e corpo a "Lu santo jullare Francesco", spettacolo tratto dall'opera di Dario Fo e Franca Rame, andato in scena il 22 agosto alla Rocca Malatestiana di Fano, nell'ambito della rassegna "Comizi d'Amore", ideata da Massimo Puliani.

Sul palcoscenico, rigorosamente vuoto secondo lo stile del Maestro Fo, c'è soltanto l'attore. Nessuna scenografia, nessun elemento a costruire un'ambientazione: tutto è affidato al corpo, alla voce e alla straordinaria capacità mimica di Martelli. Indossa una veste dall'aspetto medievale, più vicina alla figura dell'attore-giullare che all'iconografia tradizionale del santo. Ed è proprio da qui che prende forma il suo Francesco: non un santo da contemplare, ma un uomo da raccontare, popolare, irriverente, buffo e insieme profondamente umano.

La parola è il principale strumento della rappresentazione. Martelli cambia continuamente voce, accento e registro: dal lombardo-veneto al bolognese, fino al "napoletanesco" con cui racconta il passaggio di Francesco a Bologna, per approdare poi all'accento umbro. Una continua trasformazione vocale che restituisce alla narrazione la vitalità del teatro giullaresco.

E qui torna una delle tecniche più riconoscibili del teatro di Dario Fo, già centrale a partire da Mistero Buffo: il grammelot, una lingua scenica che non si affida necessariamente al significato letterale delle parole, ma comunica attraverso suono, ritmo, intonazione, mimica e gestualità. Martelli ne fa uno strumento comico e narrativo di grande precisione, capace di rendere comprensibile ciò che, apparentemente, non lo è.

Lo spettacolo, della durata di circa un'ora e mezza, si articola in quattro giullarate, scandite da interventi musicali che accompagnano il ritmo della narrazione (musiche originali di Andrea Chenna, con il sound design di Marco Ava). Il racconto alterna comicità, ironia e poesia, mantenendo quella dimensione quasi fanciullesca che appartiene alla figura di Francesco e che raggiunge il suo punto più alto nel finale: un momento in cui canto e preghiera laica si intrecciano in un pensiero rivolto alla pace e all'amore per l'umanità.

Ne emerge un Francesco più giullare che santo, lontano dall'immagine agiografica e restituito alla sua forza terrena, alla sua radicalità e alla sua capacità di provocare. L'ironia diventa infatti anche satira, colpendo la Chiesa e il potere e mettendo in luce la contraddizione tra la predicazione della povertà e il benessere di chi detiene ricchezza e autorità. È la lezione di Dario Fo che Martelli raccoglie e rilancia, trasformando la parola in corpo, voce, ritmo e presenza scenica. Al termine, un lungo applauso ha restituito la misura del coinvolgimento della platea, conquistata dalla forza performativa di un attore capace di attraversare decine di personaggi senza mai lasciare vuoto il palcoscenico.

di Valentina Meloni

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